Tra il Canale e il Palazzo

Tra il Canale e il Palazzo è passata una storia, una storia di 30 ragazzi, di un gruppo che insieme è riuscito a lasciare un segno, che ha lasciato qualcosa nel Management Aziendale.

‘Quelli del Management Artistico’ ci hanno chiamati.

Ci siamo messi in gioco, ci siamo letteralmente “tuffati” in questa avventura, abbiamo avuto il coraggio di rischiare. Non sapevamo benissimo a cosa saremmo andati incontro, ma comunque abbiamo giocato la nostra partita e l’abbiamo anche “stravinta”.

Ho conosciuto 30 fantastiche persone e dei professori che hanno saputo motivarmi, ho dato tutta me stessa, ho fatto ed ho detto tutto quello che credevo e che pensavo, mi sono lasciata trasportare.

Cosa sarebbe venuto fuori? Non l’ho saputo fino al giorno prima dello spettacolo (se così possiamo definirlo), ma non mi sono fermata, ci ho creduto fino in fondo.

Confido solo che il nostro lascito, i video e le testimonianze di noi studenti siano sfruttate dai prossimi che prenderanno il nostro posto e sopratutto spero che siano servite come sviluppi e progressi nella promozione aziendale: il grande obbiettivo che secondo me il Minor piano piano sta cercando di realizzare.

La soddisfazione che mi ha dato questo progetto che ho avuto l’ opportunità di affrontare è indescrivibile. Un giorno forse potrò dire :«ho contribuito anche io!»

Vivian

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Ci ho messo un po’

Ci ho messo un po’ a mettere insieme i pezzi, a fare mente locale su ciò che è successo. Le luci, i rumori, l’agitazione ormai se ne sono andati per lasciare spazio al pensiero.

L’esperienza del Minor è terminata quasi definitivamente e lascia a noi studenti l’onere di metterne insieme i pezzi. Una chiusa ad effetto quella nella quale in realtà nulla è veramente interrotto e lascia spazio ad un seguito ancora più interessante. Capiterà di vedersi, non solo tra noi studenti ma anche con gli insegnanti, magari di sfuggita tra i corridoi dell’università magari grazie all’intraprendenza di alcuni di noi. Non lo sappiamo.

Sarà che ogni volta che vedo un tovagliolo mi vengono in mente modi strani di piegarlo o di portarlo in tavola. Sarà che mi ricorda che ero io ‘quella del tovagliolo’, quella che nel flusso ininterrotto della rappresentazione in Filigrana aveva il compito di apparecchiare e sparecchiare.

Rimangono dei tic e forse quale risata scomposta. E’ stata un’esperienza che ha in un certo senso cambiato ognuno di noi (io per esempio ho imparato ad apparecchiare la tavola).

Giulia

Il miele della creatività

Disse bene Disraeli che il segreto del successo risiede nella costanza nel perseguire uno scopo.

Raggiungere concretamente il proprio obiettivo non è sempre facile quanto affermarlo. Ci vuole efficacia ed efficienza e noi ragazzi del Minor, come una buona azienda ce l’abbiamo messa tutta, aggiungendo ovviamente un pizzico di originalità.

Il lavoro di squadra porta all’ottenimento di risultati migliori se l’ambiente è creativo e mette le persone in condizioni di benessere e positività.

Ci vuole motivazione, libertà di esprimersi e collaborazione. Chi pratica uno sport ne è bene al corrente. La forza dei singoli elementi non conta nulla se non c’è unità.

A lezione ci siamo confrontati e non c’era persona che assomigliasse ad un’altra, né come modo di fare, né come stile di vita. Neanche le nostre passioni o i nostri hobby combaciavano.

Eppure ognuno aveva un contributo importante da dare: una voce penetrante, delle mani magiche o una mente creativa.

Non è stato il talento singolo a rendere il nostro evento unico, ma il lavoro di tutti insieme che c’è stato dietro a ogni cosa.

Secondo una teoria di McGregor si può mostrare fiducia in una persona, perché questa tenderà spontaneamente ad assumersi responsabilità, a mostrare il proprio impegno e farà di tutto per meritarsela.

Siamo stati come api in un piccolo alveare, mossi dal polline della creatività e insieme abbiamo formato qualcosa di dolce da far assaporare a chi ci è stato attorno.

La nostra unione ha fatto la forza e ha moltiplicato il successo.

Carolina Zordan

再见。

Se dovessi ripensare a quando ho presentato la mia domanda di ammissione, mi sembra che siano passati cent’anni. È tutto iniziato quasi per scherzo: all’inizio di quest’anno, quasi non sapevo cosa fosse un Minor, avevo poche informazioni e molto vaghe; così, quando mi presentarono la scheda del corso, ero molto titubante. Corso Minor in Management Artistico. Venendo da un indirizzo umanistico, non avevo nemmeno idea di cosa comprendesse management, figuriamoci poi associato ad artistico. Ricordo ancora la sera -anzi la notte- in cui completai l’elaborato: era il giorno prima della scadenza. Quando inviai tutti i documenti necessari, lo feci con uno stato d’animo un po’ contrastante: nella mia testa pensavo che se anche non fossi stata presa, non sarebbe stato un dramma, mentre nel petto il cuore mi scoppiava, perché segretamente speravo di venir accettata, visto che, tutto sommato, avevo dato tutta me stessa in quel momento disperato di scrittura. Inaspettatamente ero in graduatoria e, beh, il resto è storia.

I mesi sono letteralmente volati, e adesso ci apprestiamo ad affrontare gli esami. È strano pensare che dovremo effettivamente ricevere un voto. Più che un corso universitario, è come se fosse stato una collaborazione: studenti di diverse facoltà, i quali altrimenti non si sarebbero mai conosciuti, che si sono uniti per creare qualcosa di inedito, realizzato con una nuova prospettiva.

In questo momento mi trovo in biblioteca a scrivere le ultime righe che mai scriverò per questo corso (forse). Dentro ho un nodo sconosciuto, come un senso di nostalgia, probabilmente causato anche dalla musica nelle orecchie che ne crea l’atmosfera. In questo ambiente calmo e ricolmo di persone, mi scorrono davanti agli occhi i momenti passati in quell’aula 0D a Palazzo Moro. Posto lontanissimo, dal mio punto di vista e, naturalmente, il primo giorno mi persi. Inizialmente, mi sentivo molto a disagio: avevo l’impressione che gli altri fossero molto più capaci di me, e che mi avessero scelto per pura casualità. In seguito, più le lezioni e gli impegni andavano avanti, più mi domandavo il motivo per il quale mi ero incastrata anche in quella situazione, visto che avevo già tanti corsi a cui pensare. Ora che è tutto finito, sono ancora sommersa da mille incombenze, tuttavia non rimpiango di aver partecipato a questo progetto, anzi era una mia costante che quasi quasi mi mancherà. Con malinconia, chiudo questo capitolo.

再见。

Lisa

Ca’ Sagredo attraverso una lente

“Catturare” un ambiente fastoso e ricco come quello dell’hotel Ca’ Sagredo, è stata una sfida non poco problematica. Come riuscire, infatti, a “congelare” l’atmosfera di un luogo simile in una foto o un video? Come cogliere delle sensazioni e delle impressioni attraverso una lente? Queste domande hanno dato il via alla nostra indagine visiva e sensoriale, che ha portato poi all’esposizione dei nostri video e delle nostre fotografie nella Sala del Portego.

Inizialmente, gli spazi ariosi ed imponenti rischiavano di schiacciarci. Ci siamo trovati di fronte a soffitti altissimi, sale enormi e colme di affreschi, oggetti, cimeli, fiori. Sale che avremmo dovuto far vivere attraverso i video e gli scatti: vestendole di emozioni, facendo respirare i loro colori, dando voce alle loro storie.

Le foto panoramiche sembravano delle cartoline: forse troppo statiche, troppo impostate per noi. Non volevamo appiattire il luogo, né appesantirlo, anzi: l’intenzione era quella di renderlo per pochi tocchi; tocchi che però fossero vivi, forti. Allora abbiamo fatto ciò che di solito fanno gli artisti: abbiamo cambiato il punto di vista attraverso cui guardavamo alle cose. Abbiamo iniziato a sentire il luogo, a viverlo, e non più ad osservarlo come dei semplici visitatori. Siamo andati a cercare dietro le tende, sotto i tavoli, al di là delle porte. E abbiamo trovato un mondo del tutto nuovo.

Il “dettaglio” è diventato, quindi, il light motive del nostro lavoro. Dettagli di mani che lavorano, di affreschi un po’ rovinati dal passare del tempo, dettagli di oggetti strani, di un hotel che – visto da questa prospettiva – è completamente cambiato. Le nostre fotocamere e telecamere sono diventate degli occhi curiosi, voraci, che seguivano il personale e le persone, la vita di Ca’ Sagredo, ma che osservavano anche gli oggetti, con le loro forme, le loro crepe, le loro storie. Ogni segreto di quell’ambiente è diventato fondamentale per noi. E quanta vita c’è, nelle cose che di solito non si vedono!

E se anche uno solo di voi non si è limitato a vedere i video e le foto, ma li abbia anche sentiti, allora la nostra idea è stata vincente.

M.A. People

Devo dirlo. Posso dirlo? Che faticaccia! Organizzati, corri, chiedi al professore, scrivi, attendi, stai attento, registra le lezioni, studia, chiedi gli appunti, risolvi gli esercizi. E sistemati, che a fare queste cose sei tutto sudato ora. Toh, vai un attimo in bagno, o vai a prendere un caffè alle macchinette. Prenditi una pausa da tutto questo inglese e da tutta questa economia. Eh sì, perché io stavo parlando del mio corso, con cui ho quella relazione di odi et amo così ben conosciuta da ogni studente, internazionale e non.

E poi c’è stato il corso di Management artistico. Con tutti i compagni del corso che piano piano sono diventati sempre più amici, e sempre più cari. Tipi strani, eh. O almeno così li definiresti ad una prima occhiata. Ci sono quelli che fanno teatro, che riconosci subito perché parlano a voce alta; quelli che studiano filosofia, che si vestono meticolosamente e con una meravigliosa cura; poi ci sono quelli incredibilmente energici; quelli che si tingono i capelli di colori incredibili; e quelli che si mettono in mostra solo perché hanno fatto un po’ di arti marziali. Poi, invece, conoscendoli, scopri quanto siano profonde queste persone. Non sono più strani. Sono unici. Sì, molto diversi gli uni dagli altri, ma tutti con un ardente desiderio di scoprire nuove nozioni, di mettersi in gioco e, perché no, di esplorare più profondamente sé stessi.

Sono stati proprio questi motivi a spingermi a partecipare al minor. Volevo cimentarmi in qualcosa di nuovo, uscire dalla mia confort-zone fatta di numeri e grafici, e tuffarmi in attività che mi hanno sempre attirato, ma che mi erano ancora (ahimè) così sconosciute.

Questo corso è stato importante per me. Mi ha permesso di toccare con mano il teatro, la scrittura e la narrazione audiovisiva. Ha allargato le mie conoscenze e i miei orizzonti. Mi ha fatto capire quanto studio, quanta passione e quanta storia si celino dietro queste tre materie. Materie che mi sembravano così naturali, così umane, rivolte solo a quei geni artistici, quelli posti o ai margini della società o su un piedistallo. Mica alle persone normali, come me.  

E invece i docenti ci hanno spiegato, accompagnato, portato a interrogarci su noi stessi, sulle nostre passioni, sul nostro rapporto con esse, e su cosa volevamo fare. Sono stati anche (brutalmente, alcune volte) onesti nelle critiche e nelle risposte. Forse anche a causa del tempo limitato a nostra disposizione.

Lo ammetto, non è stato tutto facile. Però, circondato da persone così, non la senti nemmeno, la fatica. Ti godi i momenti, il lavoro, i molti (troppi) caffè, il passare del tempo.

Questa esperienza mi ha riavvicinato a quell’assopito fanciullino (o che sia un putto?) che è sempre stato dentro di me. E per questo ringrazio tutti, di cuore.

Paolo

Sette giorni dopo il debutto

Sette giorni dopo lo spettacolo.

Sette giorni dalla conclusione di un percorso, dalla realizzazione di un’opera, dal debutto vero e proprio.

Eppure sembra una vita fa…

È stato strano e in parte un po’ travagliato come corso, sicuramente non semplice ma interessante e molto arricchente da tutti i punti di vista.

Vogliamo ricordare quel che è stato con qualche verso. Speriamo di farvi conoscere, e magari imprimere nelle vostre menti, ciò che furono i Sagredo e forse in maniera un po’ divertente ciò che abbiamo imparato su questa strana, quanto intrigante, famiglia veneziana.

Visita a Ca’ Sagredo

Fare un viaggio porta a porsi dei quesiti:
questa sera noi vorremmo un po’ vagare,
riportarvi a riscoprire certi miti
ed in questa residenza contemplare
non fermandovi all’esterno ma al dettaglio
perlustrare fino ad essere stupiti.
Questa scala che la fece Longhi Pietro
chissà quante ne ha vendute nella storia
coi Sagredo e i Morosini a starci dietro
con la vita a volte un po’ canzonatoria
di persone e personaggi in queste stanze
sempre ricche piene in festa e con pietanze!


Per esempio: ricordate i savoiardi
che Marina comprerò per la sua festa?
Eran tanti che parevano miliardi!
Ma che diavolo saltò a lei per la testa!


Od ancora ricordate quei fratelli
che pur di non incontrarsi per le stanze,
tanto erano cocciuti e sbarbatelli,
puntualmente per tenere le distanze,
stavan lì a far risuonare campanelli?


Ricordate Zaccaria, il Sagredo zoppo?
Quello smorto che nessuno lo voleva
che in realtà l’arte e la storia amava troppo
che la nostra biblioteca rassettava?


Poi Giovanni che giocava coi magneti,
Nicolò che doge fu e per settimane
diede feste grandi cene e giorni lieti?

Vorrei ancora qui narrarvi le lor gesta…
Su venite! Camminate in queste sale!
Che mi sembra tutto preparato a festa,

Proseguiamo per la strada dei Sagredo,
e pensate a quanta gente questi putti
e questi quadri han visto e anch’io me lo chiedo:
i segreti l’arte ha visto qua di tutti!
Dei Giganti della veneziana storia
che montagne sovrapposero per anni
che crollarono e con loro anche la gloria.

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